Volendo giocare con le parole, contro il Torino abbiamo assistito a un Napoli più che mai in versione Donadoni, visto che con i granata si è concesso di… donar doni come mai in passato. Molto graditi da Rosina & Co i numerosi regali gentilmente offerti loro al San Paolo, e se è vero che i giocatori azzurri ci hanno messo molta farina del loro sacco, vedi le amnesie di Cannavaro, le incertezze primordiali di Navarro, le fasi REM di Denis e gli smarrimenti di Hamsik, è altrettanto vero che gli altri omaggi sono stati tutti personalmente incartati e infiocchettati da Donadoni: da Grava esterno sinistro di centrocampo, al doppio trequartista mancino, all’assenza di incontristi in mediana, all’uscita anticipata dell’unico giocatore in forma (Pià) e alla sua contestuale sostituzione con l’ennesimo trequartista del mazzo (Russotto). Perfettamente consci che, parafrasando De Gregori, non è mica da questi particolari che si giudica un allenatore, e che per avere un’idea compiuta sul tecnico bergamasco occorrerà attendere la prossima stagione agonistica, un sereno resoconto di questo suo prologo di esperienza azzurra è comunque lecito.Contro il Torino, Donadoni ha diretto la sua Nona, ma la sinfonia ha continuato a essere non priva di stecche: lo score sinora da lui conseguito sulla panchina azzurra è di 8 punti in 9 partite, media 0,89 a partita. Quando subentrò a Reja il Napoli era attestato in 11^ posizione, ora è al 13° posto. Reazione caratteriale della squadra: pressoché nulla, tranne che contro Inter e Milan, partite che regalano stimoli a prescindere dal lavoro psicologico dell’allenatore; novità tattiche: pressoché nulle e non solo per la continuità col lavoro di Reja, che aveva cresciuto la squadra a pane e 3-5-2; Rivalutazione dell’organico: pressoché nulla, perché a fronte di qualche buona partita delle seconde e terze scelte, quali Monterino, Amodio, Grava e Pià, è continuato inesorabile il deprezzamento del resto del gruppo, tra cui Hamsik e Denis; valorizzazione del giovane talento Russotto: pressoché nulla, il ragazzo ha giocato poco e male; incidenza sul futuro delle stelle azzurre: pressoché nulla, ora più che mai Hamsik e Lavezzi sembrano attratti da altre soluzioni; incidenza sull’appetibilità del Napoli: pressoché nulla, anche il signor Floccari, sebbene contattato personalmente da Donadoni, ha preferito altre mete. Infine, l’obiettivo che l’allenatore stesso aveva posto per sé e la squadra, cioè concludere il campionato con dignità, è già fallito miseramente sotto i colpi di Bianchi e Rosina.Certo, non è mica da questi particolari che si giudica un allenatore. In fondo Donadoni sta cercando di cavar sangue da una squadra voluta da altri. In fondo era già crisi molto prima che lui decidesse di aderire al progetto De Laurentiis. Ma è anche giusto ricordare che esistono due Donadoni: il calciatore, che ha vinto tutto al punto di entrare quasi nella leggenda calcistica; e l’allenatore, con quell’anomalo salto dalla provincia pallonara alla Nazionale italiana, a conti fatti senza infamia e senza lode.Confondere i due Donadoni comporterebbe il rischio di chiedere troppo a un allenatore che deve lavorare ancora molto per dimostrare di essere un buon tecnico, esattamente come il Napoli (squadra e soprattutto Società) deve dimostrare di poter aspirare a entare nell’elite del Calcio italiano.Una domanda sorge spontanea: Napoli avrà la pazienza di aspettare la crescita dell’allenatore prima ancora della crescita della squadra?






















