E' davvero sconcertante l'inutilità delle chiacchiere. Ed è altrettanto sconcertante che le stesse dichiarazioni vengano ripetute implacabilmente di settimana in settimana, sempre come fosse la prima volta.E' quanto sta accadendo al Napoli da due mesi a questa parte. Sette sconfitte esterne consecutive, una sconfitta e un pareggio negli ultimi due incontri al San Paolo, che ha così perso l'aspetto della fossa dei leoni della prima fase del campionato.
Un lungo momento no in cui, oltre allo sconforto, a regnare sovrana è la confusione.
Confusione sui moduli tattici da adottare, sul futuro della guida tecnica, sulle scelte (ma anche sulle non scelte) di mercato, sulla lunga lista di giocatori che appartengono al Napoli e che si è incapaci perfino di regalare, sulla gestione degli uomini della rosa.
E invece di mostrare una rassicurante attenzione sui motivi di quest'annata certo non esaltante e lontana dall'essere in linea con la dichiarata volontà di stupire sempre sbandierata da Marino, prima di ogni partita siamo costretti a sentire le solite chiacchiere sul riscatto immediato, sul diverso approccio alle partite fuori casa e bla bla bla.
Adesso c'è poco da blaterare e da promettere, ma solo ed esclusivamente da fare.
La verità è che fin qui la stagione del Napoli ha prodotto l'eliminazione in Coppa Uefa alla prima partita con un'avversaria decente, l'eliminazione dalla Coppa Italia alla prima partita con un'avversaria decente, un ottavo posto pari merito in campionato, che al momento significa estromissione dalla partecipazione alla Coppa Uefa.
Il tutto condito dal malumore di una piazza che, nel ritenere giustamente di dare non meno di quanto riceve, non riesce a spiegarsi perché si perda ogni occasione per dare una sterzata ad una squadra che rischia di ristagnare tra le secche del centro classifica.
Una piazza che non sa spiegarsi perché la Società non abbia concluso il fantastico ciclo di Reja al termine della passata stagione, riducendosi a chiedere quest'anno al tecnico goriziano qualcosa che non può assolutamente dare.
Non sa spiegarsi perché il potenziamento dell'organico, ad ogni finestra di mercato, è diventato stitico è quasi sempre non consono alle reali esigenze della rosa soprattutto in considerazione dell'impostazione tattica della squadra come voluta dall'allenatore (che a sua volta - naturalmente - è voluto da Marino).
Non sa spiegarsi perché si continui con lo scollamento tra tecnico e dirigenza, nonostante abbia prodotto e continui a produrre scarti di mercato che non riescono a trovare più una collocazione neanche se regalati.
Chi conosce l'ambiente partenopeo sa bene che gli errori commessi hanno portato il Napoli malauguratamente sul bordo di una polveriera, perché Napoli - seppur perfettamente cosciente di ciò che è stato fatto dal Cittadella ad oggi - sa che il proprio pesante contributo al Progetto in termini di affetto e denari merita un corrispettivo fatto di maggior chiarezza e minori batoste.
La partita col Bologna di questa sera purtroppo offre più rischi che vantaggi. Perché quando si ritiene obbligatoria la vittoria, il mancato successo comporta una caduta ancora peggiore.
Se malauguratamente non dovessero arrivare i tre punti questa sera la crisi che si aprirebbe sarebbe profonda. E sappiamo perfettamente che Napoli non è città capace di gestire con misura una crisi. Napoli è fatta di parti malsane subito pronte a squarciare le più piccole lesioni per razziare meglio ciò che possa soddisfare i propri biechi interessi.
Ma non serve nemmeno richiamare alla memoria i pericoli della malavita, basti pensare che Napoli è in genere molto umorale e poco razionale.
Napoli ha una pancia al posto del cervello.
Le crisi a Napoli hanno sempre effetti esasperati, difficil da contenere.
Ma siamo anche consapevoli che le risorse per dare una svolta positiva a questo momento ci siano, sia a livello di squadra, sia (direi conseguentemente) a livello di piazza.
E' chiaro comunque che qualsiasi cosa accada, stasera come nel resto di questo campionato, una svolta Marino debba cominciare a darla a se stesso. Cominciando col dismettere i panni berlusconiani del voler essere chiunque e dovunque.
La smetta, Marino, di vivere col terrore che altri possano commettere errori a lui imputabili.
La smetta di ritenersi perfetto, perché nessuno lo è e perché - per quanto bene abbia operato finora - ha comunque già maturato una lista di sbagli e di incapacità lunga come via Caracciolo. La smetta di voler essere dirigente, allenatore, addetto stampa, accompagnatore e presidente.
Soprattutto non faccia proprie competenze non a lui direttamente attribuite.
Non viva più sugli allori per quanto fatto, altrimenti gli stessi colpi di Lavezzi ed Hamsik rischiano di diventare un boomerang.
Non viva nel terrore di scegliere un tecnico che possa mal digerire le sue cervellotiche scelte di come e quando operare, di un tecnico che voglia dire anche la sua, come è giusto che sia.
Anzi è proprio da qui che deve (ri)partire: l'individuazione di un allenatore capace, con cui effettuare in compartecipazione un programma tecnico, che si traduca nel potenziamento mirato dell'organico secondo le effettive esigenze ravvisate dalla guida tecnica.
La prima fase del Progetto, quella dell'uscita dal baratro del fallimento e delle categorie inferiori ormai è finita.
Ora non basta più l'entusiasmo e la sfrontatezza per ottenere risultati. Ora è il momento di ragionare, di scegliere.
Ora è il momento in cui tutti, dalla dirigenza all'allenatore, dalla piazza alla squadra, debbono dimostrare di essere in grado di effettuare quel salto di qualità che tutti sognamo.
Altrimenti corriamo il rischio di restare a lungo coi calzoni corti e con il moccio al naso.
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