Non Spingete by Giodecer

lunedì 18 maggio 2009

La Nona di Donadoni

Volendo giocare con le parole, contro il Torino abbiamo assistito a un Napoli più che mai in versione Donadoni, visto che con i granata si è concesso di… donar doni come mai in passato. Molto graditi da Rosina & Co i numerosi regali gentilmente offerti loro al San Paolo, e se è vero che i giocatori azzurri ci hanno messo molta farina del loro sacco, vedi le amnesie di Cannavaro, le incertezze primordiali di Navarro, le fasi REM di Denis e gli smarrimenti di Hamsik, è altrettanto vero che gli altri omaggi sono stati tutti personalmente incartati e infiocchettati da Donadoni: da Grava esterno sinistro di centrocampo, al doppio trequartista mancino, all’assenza di incontristi in mediana, all’uscita anticipata dell’unico giocatore in forma (Pià) e alla sua contestuale sostituzione con l’ennesimo trequartista del mazzo (Russotto). Perfettamente consci che, parafrasando De Gregori, non è mica da questi particolari che si giudica un allenatore, e che per avere un’idea compiuta sul tecnico bergamasco occorrerà attendere la prossima stagione agonistica, un sereno resoconto di questo suo prologo di esperienza azzurra è comunque lecito.Contro il Torino, Donadoni ha diretto la sua Nona, ma la sinfonia ha continuato a essere non priva di stecche: lo score sinora da lui conseguito sulla panchina azzurra è di 8 punti in 9 partite, media 0,89 a partita. Quando subentrò a Reja il Napoli era attestato in 11^ posizione, ora è al 13° posto. Reazione caratteriale della squadra: pressoché nulla, tranne che contro Inter e Milan, partite che regalano stimoli a prescindere dal lavoro psicologico dell’allenatore; novità tattiche: pressoché nulle e non solo per la continuità col lavoro di Reja, che aveva cresciuto la squadra a pane e 3-5-2; Rivalutazione dell’organico: pressoché nulla, perché a fronte di qualche buona partita delle seconde e terze scelte, quali Monterino, Amodio, Grava e Pià, è continuato inesorabile il deprezzamento del resto del gruppo, tra cui Hamsik e Denis; valorizzazione del giovane talento Russotto: pressoché nulla, il ragazzo ha giocato poco e male; incidenza sul futuro delle stelle azzurre: pressoché nulla, ora più che mai Hamsik e Lavezzi sembrano attratti da altre soluzioni; incidenza sull’appetibilità del Napoli: pressoché nulla, anche il signor Floccari, sebbene contattato personalmente da Donadoni, ha preferito altre mete. Infine, l’obiettivo che l’allenatore stesso aveva posto per sé e la squadra, cioè concludere il campionato con dignità, è già fallito miseramente sotto i colpi di Bianchi e Rosina.Certo, non è mica da questi particolari che si giudica un allenatore. In fondo Donadoni sta cercando di cavar sangue da una squadra voluta da altri. In fondo era già crisi molto prima che lui decidesse di aderire al progetto De Laurentiis. Ma è anche giusto ricordare che esistono due Donadoni: il calciatore, che ha vinto tutto al punto di entrare quasi nella leggenda calcistica; e l’allenatore, con quell’anomalo salto dalla provincia pallonara alla Nazionale italiana, a conti fatti senza infamia e senza lode.Confondere i due Donadoni comporterebbe il rischio di chiedere troppo a un allenatore che deve lavorare ancora molto per dimostrare di essere un buon tecnico, esattamente come il Napoli (squadra e soprattutto Società) deve dimostrare di poter aspirare a entare nell’elite del Calcio italiano.
Una domanda sorge spontanea: Napoli avrà la pazienza di aspettare la crescita dell’allenatore prima ancora della crescita della squadra?

domenica 3 maggio 2009

LE COLPE SONO IN ALTO

Nonostante il bel sole di Siena, Donadoni a fine partita ha ritenuto opportuno aprire l’ombrello.
Lo ha fatto per proteggere i suoi calciatori dalla tempesta di giudizi negativi che stava per abbattersi al termine dell’avvilente performance di oggi.

Da buon padre di famiglia, il tecnico bergamasco s’è assunto per intero le responsabilità dell’indegna prestazione esibita in Toscana, attribuendosi la colpa di non aver saputo trasmettere alla squadra gli stimoli giusti. E di non aver trasferito nelle teste dei ragazzi il concetto che vittorie come quella sull’Inter sono episodi frutto di un insieme di circostanze (come le motivazioni straordinarie sollecitate dalla capolista) che solo raramente si verificano in un campionato.

Molto più spesso occorre confrontarsi con la normalità di squadre come Catania, Bologna, Siena, Torino, squadre che se prese sottogamba possono infliggere amare punizioni, finendo col vanificare anche le rare imprese compiute.

Al di là delle dichiarazioni di facciata, è facile immaginare lo sdegno di Donadoni, la vergogna provata per una squadra che sembra non voglia capire che lo stipendio puntualmente elargito dal Presidente non valga esclusivamente per le serate di gala, ma per l’intera stagione agonistica.

E’ facile immaginare l’inquietudine di De Laurentiis, che deve amaramente constatare la bassissima reattività della sua squadra contro le pari grado, a fronte di sollecitazioni massicce.

A cominciare dalla svolta tecnica, con il licenziamento di Reja e l’ingaggio di un ex CT della Nazionale. Per proseguire con la presenza in panchina dello stesso Presidente; col far sentire tutti sotto esame fino alla fine del Campionato; col far espressamente riferimento ai reparti da rinforzare (cioè tutti).

Niente. L’elettroencefalogramma della squadra continua imperterrito a essere piatto.

In campo sta andando un manipolo di ragazzi restio a qualsiasi impulso, neanche l’elettroshock rappresentato dall’ipotesi di… pulizie generali di fine stagione sembra toccarlo più di tanto.

Oltre al fallimento degli obiettivi stagionali occorre ora fare i conti anche col depauperamento del patrimonio rappresentato dai calciatori azzurri. Un Hamsik così, per esempio, è difficile che possa piacere al punto di fare follie.

E ancora: un Napoli così mal ridotto deve accontentarsi di una collocazione di mercato (contratti televisivi, rapporti con gli sponsor e quant’altro) inferiore alle aspettative.

Ma caricare la squadra di tutte le colpe non vorremmo fosse niente più che l’operazione necessaria a lavare le coscienze di altri.

L’individuazione dei capri espiatori più facili (quelli che vanno in campo) non deve servire a deresponsabilizzare gratuitamente la Dirigenza azzurra.

La squadra del Napoli altro non è che il frutto del lavoro della Società Sportiva Calcio Napoli.

Ed è da quest’ultima che deve partire una seria e attenta riflessione sui motivi di una stagione da dimenticare, sugli errori commessi e spesso reiterati. Sulla necessità di migliorarsi e chiarirsi in tempi brevissimi.

Perché è già tempo di decidere quale Napoli si voglia offrire alla sua sin troppo paziente tifoseria.

sabato 2 maggio 2009

Siena -Napoli, è tempo di esami

Sulla carta Siena-Napoli sembra una gara senza interessi per gli azzurri, soprattutto se confrontata con la partitissima di domenica scorsa, quando un Napoli operaio e orgoglioso è riuscito nell’impresa di dare un dispiacere a Mourinho e ai futuri campioni d’Italia.
Sulla carta il risultato di Siena difficilmente potrà cambiare una classifica ormai lontana da gioie e pericoli.
Sulla carta il tepore primaverile, finalmente allineato alle medie stagionali, potrebbe disturbare la concentrazione dei giocatori azzurri con fantasie vacanziere.
Ma queste supposizioni andatele a dire a Donadoni e vedrete che diventerebbero carta straccia.
Il tecnico bergamasco, dopo la vittoria con l’Inter, deluse chi avrebbe voluto vedere sul suo viso un sorriso largo. Il suo primo commento fu un j’accuse nei confronti della sua squadra, capace di trovare stimoli solo nelle occasioni importanti.
Nella città del Palio, dove in palio ci sarà pressocché nulla, gli azzurri hanno immediatamente l’occasione di far ricredere il proprio allenatore e di mostrare di essere in grado di trovare stimoli e motivazioni anche in assenza del tutto esaurito.
E buon per loro se davvero ci riusciranno, perché più si avvicina la fine del Campionato, più le partite assumono il valore di esami, che rischiano di culminare con una discreta dose di bocciature.
L’ex CT sembra orientato a scegliere anche a Siena la strada della continuità tattica, contrapponendo ai bianconeri di Giampaolo il consolidato 3-5-2, con Navarro tra i pali e Santacroce, Paolo Cannavaro (al rientro dalla squalifica) e Contini in difesa; centrocampo a 5 con Montervino e Mannini esterni; Blasi, Amodio (confermato play basso) e Hamsik centrali; Zalayeta e Pià punte (con Denis che comunque pare recuperato almeno per la panchina).
Tra le riserve scalpiteranno come sempre soprattutto Russotto e Datolo, che sono probabilmente tra i giocatori che avrebbero più bisogno di essere provati per deciderne il futuro in maglia azzurra.
Il Siena, i cui otto punti di vantaggio sulla terzultima, a dire il vero, non garantiscono la tranquillità assoluta, dovrebbe scendere in campo col seguente 4-3-1-2: Elefhteropolous; Del Prete, Portanova, Brandao, Del Grosso; Vergassola, Codrea, Galloppa; Kharja; Ghezzal, Calaiò.
Problemi fisici dell’ultima ora dovrebbero tenere lontano dal campo di gioco il colombiano Juan Camilo Zuniga, classe 1985, da molti paragonato a Pendolino Cafù e già nel mirino di grandi Club, tra cui proprio il Napoli.
In mancanza del forte terzino colombiano, tra i senesi gli occhi saranno puntati in particolar modo sul ventiquattrenne Daniele Galloppa, centrale di qualità e quantità, anche lui accostato alla squadra di De Laurentiis. E naturalmente su Emanuele Calaiò, l’indimenticato arciere siciliano, che nella permanenza napoletana scagliò più di 40 frecce nel cuore dei tifosi. Da lui, attualmente in comproprietà tra Siena e Napoli, è lecito attendersi una prova d’orgoglio volta a indurre l’entourage azzurro a riconsiderare l’ipotesi di un suo ritorno.
Non resta che aspettare di vedere se uguale orgoglio sapranno e vorranno metterlo in campo coloro che a Napoli intendono rimanere. Sempreché intendano rimanere.
Ora cominciano davvero gli esami. Al docente Roberto Donadoni il compito di scegliere chi è da Napoli.

venerdì 1 maggio 2009

E LE STELLE STANNO A GUARDARE

Quando il loro talento risplendeva indiscusso erano per tutti Marekiaro e il Pocho.
Le opache prestazioni degli ultimi tempi hanno restituito alle cronache due giocatori ordinari o quasi, che rispondono semplicemente al nome di Hamsik e Lavezzi.

Nonostante tutto sono ancora il fiore all’occhiello del Napoli.

Nonostante tutto rappresentano l’assegno circolare di Marino, con cui il DG riesce ancora a far fronte agli attacchi mossi al suo capitale di credibilità.

Giunti a Napoli nell’estate del 2007, hanno rappresentato il prezioso cadeau, griffato Marino, che De Laurentiis volle regalare a se stesso e ai tifosi in occasione dello storico ritorno in serie A.

Un ulteriore regalo al Presidente i due scugnizzi di Banska Bystrica e Villa Gobernador Gàlvez l’hanno poi fatto nella loro prima stagione con la maglia azzurra, trascinando il Napoli alle porte dell’Europa e moltiplicando il proprio valore di mercato.

Nell’attuale campionato il loro destino, seppur accomunato dall’andamento della squadra, prima brioso poi lento, molto lento, si è incrociato in modo bizzaro, con un’andata in cui Hamsik s’è visto poco ma ha segnato molto, mentre Lavezzi, al contrario, ha giocato a cento all’ora ma in rete c’è andato col contagocce (per una punta).

Poi la resa.

Di schianto, incomprensibile, oggetto perfino di sondaggi, quella di Hamsik.

Più lenta, più sofferta, quella di Lavezzi.Una crisi che è già a cavallo di due epoche, dato che è esplosa in piena gestione Reja e si è protratta sotto la guida di Donadoni.

Una crisi che forse quella svolta tecnica ha involontariamente sollecitato, perché la salvaguardia del patrimonio rappresentato dai giocatori di talento può valere anche l’esonero di un allenatore.

I cambi di panchina, di collocazione tattica, di approccio alle gare non ha però al momento sortito gli effetti sperati.Hamsik, tranne 45 minuti ai limiti del sontuoso con la Sampdoria, si è assestato da mesi in un range tra lo scolastico e l’inguardabile.

Interno sinistro o trequartista, largo sulla fascia o più accentrato, la musica non è quasi mai cambiata. Il suo status di oggetto non identificato avulso dal contesto-squadra ha fatto registrare anche il parziale smarrimento di quell’istinto di micidiale incursore che lo stava per collocare sul podio dei migliori centrocampisti europei.

Tentazioni di mercato, stress da metropoli, calo motivazionale. Le ipotesi sulla crisi dello slovacco sono varie e di fatto nessuna sembra prevalere nettamente sulle altre.

L’Hamsik di questa stagione è davvero un enigma da decifrare. L’unica certezza è che un’ulteriore stagione agonistica a questi livelli, oltre a penalizzare pesantemente la squadra, comporterebbe la drastica riduzione delle eventuali contropartite tecniche ed economiche, che al momento sembrerebbero ancora essere interessanti.

Ma il ricordo delle sue improvvise verticalizzazioni, dei triangoli, dei tagli, delle accelerazioni e di quel fenomenale istinto da killer in area di rigore, quel ricordo continua a fornire validi motivi per resistere a qualsiasi tentazione di mercato. Tutto sta a vedere se lui saprà fare altrettanto.

Il calo di Lavezzi qualche parziale giustificazione sembra invece trovarla, come il prezzo pagato per aver giocato tante partite col piede pesante sull’acceleratore e con le gambe fiaccate dalle botte, anche quando ha provato a caricarsi da solo una squadra che s’era all’improvviso afflosciata.

Da Donadoni, poi, ha ricevuto compiti tattici più rigorosi, che gli impongono di non tornare a centrocampo a cercar palloni, ma di aspettare i purtroppo sporadici suggerimenti dei compagni.

Anche la perdita di smalto dell’argentino ha indotto a formulare una moltitudine di ipotesi, compresa la bella vita nella Napoli by night, che gli avrebbe alla lunga fiaccato le gambe peggio che i calcioni degli avversari.E le stelle stanno a guardare. E’ proprio il caso di dirlo.Ma anche guardare può essere di giovamento, quando sotto gli occhi sfilano, come sta succedendo in questo periodo, la professionalità, la dedizione, l’attaccamento alla maglia azzurra e il coraggio dei compagni di squadra della vecchia guardia, di “quelli che la serie A col Napoli per loro è il Paradiso”, di quelli che col cuore arrivano dove non può arrivare il talento.

Dei Montervino, dei Grava, degli Amodio.

Di giocatori come questi, che il Grande Calcio ha relegato quasi sempre alla panchina e alla tribuna, ma la cui professionalità sta dribblando tutte le stelle del cielo di Napoli.

Hamsik e Lavezzi stiano a guardare bene e decidano come e dove crescere.

Se sceglieranno di farlo nel Napoli, torneranno presto l’immenso Marekiaro e l’imprendibile Pocho.

LA VITTORIA PIU' SEMPLICE

Quella rabbia che ha solcato il viso scavato di Donadoni subito dopo il suo primo successo da allenatore del Napoli, quella rabbia esternata davanti a telecamere e microfoni e al cospetto del suo Presidente, ha lasciato il segno come il più pungente dei contropiede.
L’ex CT non ce l’ha fatta a nascondere il suo disappunto nei confronti della squadra, ovviamente non per l’impresa appena compiuta, ma per aver mostrato un approccio che era stato latitante nelle partite precedenti. Troppo facile, ha giustamente rimarcato l’allenatore, dar fondo alle proprie energie contro la prima in classifica, il problema è trovare la stessa intensità sempre, anche quando gli stimoli e l’adrenalina sono diversi.

Ma quella rabbia non deve far credere che vincere sia solo una questione di cuore. Perché per battere l’Inter (a dire il vero un po’ giù di corda) oltre a muscoli e polmoni hanno contribuito una spiccata quanto inattesa personalità di squadra e la sagacia della sua guida tecnica. Questa miscela esplosiva ha poi dovuto attendere solo che si consumasse la miccia di uno stadio debordante per poter deflagrare.Donadoni, preso atto che la classe dei suoi giovani più talentuosi è ormai virtù nascosta, ha forgiato per la grand soirée un Napoli operaio. E ha accompagnato questa operazione consegnando fascia di capitano e chiavi psicologiche della squadra al signor Montervino Francesco da Taranto. Palla al centro, neanche il tempo di scaldare i motori, e a far capire a tutti (compagni e avversari compresi) quale dovrà essere l’andazzo della gara sarà proprio l’ex anconetano, con un break spiccio sugli increduli palleggiatori nerazzurri. Briciole di pane sullo champagne dei futuri campioni, lasciato mestamente in frigo. Perché il Napoli operaio aveva deciso che se festa doveva esserci, sarebbe stata per chi indossava e chi sosteneva i colori azzurri. Montervino quindi è stato il grande interprete di questa volontà, la sua grinta ha fatto immediatamente proseliti. Parola d’ordine: mai tirarsi indietro. E così è stato, fino all’ultima goccia di sudore.

Grandi meriti occorre riconoscere poi al vero regista della serata: Roberto Donadoni, che ha – tra l’altro – la voglia di battere l’Inter incisa nel DNA. Il tecnico bergamasco ha con molta semplicità collocato al posto giusto tutti i pezzi del puzzle, chiedendo a ognuno di fare al meglio ciò che è capace di fare, secondo un principio di una banalità sconcertante. Un principio grazie al quale gli uomini della terza linea hanno fatto, in maniera esemplare, i difensori, senza più avventurarsi nelle consuete quanto sterili proiezioni offensive del passato, assicurando così maggior protezione e quindi sicurezza allo stesso Navarro. Amodio, conscio di non essere un fulmine di guerra, ha svolto con diligenza e ordine il preziosissimo ruolo di playmaker basso, raddoppiando sistematicamente sui compagni in difficoltà e impostando senza sbavature. Montervino e Mannini hanno fatto da molla sulle fasce, ricacciando dietro con forza gli esterni avversari. Lavezzi, da brava seconda punta, non si è abbassato fino a centrocampo, conservando quella lucidità negli ultimi venti metri che gli ha consentito di attivare al momento opportuno il destro letale di Zalayeta.Ognuno ha scritto questa graditissima pagina con la mano preferita, senza pretese artistiche o svolazzi di fantasia. Ognuno ha dato il massimo contributo nel proprio ruolo, mettendoci cuore, testa e gambe e togliendo il respiro alla capolista con un pressing alto e spesso asfissiante. Un principio semplice, quello di Donadoni. Del resto non è un caso se proprio la semplicità delle idee costituisce spesso la base dei successi.