Quella rabbia che ha solcato il viso scavato di Donadoni subito dopo il suo primo successo da allenatore del Napoli, quella rabbia esternata davanti a telecamere e microfoni e al cospetto del suo Presidente, ha lasciato il segno come il più pungente dei contropiede.L’ex CT non ce l’ha fatta a nascondere il suo disappunto nei confronti della squadra, ovviamente non per l’impresa appena compiuta, ma per aver mostrato un approccio che era stato latitante nelle partite precedenti. Troppo facile, ha giustamente rimarcato l’allenatore, dar fondo alle proprie energie contro la prima in classifica, il problema è trovare la stessa intensità sempre, anche quando gli stimoli e l’adrenalina sono diversi.
Ma quella rabbia non deve far credere che vincere sia solo una questione di cuore. Perché per battere l’Inter (a dire il vero un po’ giù di corda) oltre a muscoli e polmoni hanno contribuito una spiccata quanto inattesa personalità di squadra e la sagacia della sua guida tecnica. Questa miscela esplosiva ha poi dovuto attendere solo che si consumasse la miccia di uno stadio debordante per poter deflagrare.Donadoni, preso atto che la classe dei suoi giovani più talentuosi è ormai virtù nascosta, ha forgiato per la grand soirée un Napoli operaio. E ha accompagnato questa operazione consegnando fascia di capitano e chiavi psicologiche della squadra al signor Montervino Francesco da Taranto. Palla al centro, neanche il tempo di scaldare i motori, e a far capire a tutti (compagni e avversari compresi) quale dovrà essere l’andazzo della gara sarà proprio l’ex anconetano, con un break spiccio sugli increduli palleggiatori nerazzurri. Briciole di pane sullo champagne dei futuri campioni, lasciato mestamente in frigo. Perché il Napoli operaio aveva deciso che se festa doveva esserci, sarebbe stata per chi indossava e chi sosteneva i colori azzurri. Montervino quindi è stato il grande interprete di questa volontà, la sua grinta ha fatto immediatamente proseliti. Parola d’ordine: mai tirarsi indietro. E così è stato, fino all’ultima goccia di sudore.
Grandi meriti occorre riconoscere poi al vero regista della serata: Roberto Donadoni, che ha – tra l’altro – la voglia di battere l’Inter incisa nel DNA. Il tecnico bergamasco ha con molta semplicità collocato al posto giusto tutti i pezzi del puzzle, chiedendo a ognuno di fare al meglio ciò che è capace di fare, secondo un principio di una banalità sconcertante. Un principio grazie al quale gli uomini della terza linea hanno fatto, in maniera esemplare, i difensori, senza più avventurarsi nelle consuete quanto sterili proiezioni offensive del passato, assicurando così maggior protezione e quindi sicurezza allo stesso Navarro. Amodio, conscio di non essere un fulmine di guerra, ha svolto con diligenza e ordine il preziosissimo ruolo di playmaker basso, raddoppiando sistematicamente sui compagni in difficoltà e impostando senza sbavature. Montervino e Mannini hanno fatto da molla sulle fasce, ricacciando dietro con forza gli esterni avversari. Lavezzi, da brava seconda punta, non si è abbassato fino a centrocampo, conservando quella lucidità negli ultimi venti metri che gli ha consentito di attivare al momento opportuno il destro letale di Zalayeta.Ognuno ha scritto questa graditissima pagina con la mano preferita, senza pretese artistiche o svolazzi di fantasia. Ognuno ha dato il massimo contributo nel proprio ruolo, mettendoci cuore, testa e gambe e togliendo il respiro alla capolista con un pressing alto e spesso asfissiante. Un principio semplice, quello di Donadoni. Del resto non è un caso se proprio la semplicità delle idee costituisce spesso la base dei successi.
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