Ce ne fossero in giro di tecnici come Mimmo Di Carlo. Tecnici che non hanno paura. Che non si abbassano a prendere spunto dal lavoro dei colleghi, perchè sarebbe un affronto alla loro genialità. Se ce ne fossero tanti, come Di Carlo, sarebbe fantastico. Per il Napoli. Visto che grazie al gioco "arioso" del Chievo a supporto addirittura di un tridente, gli azzurri hanno finalmente ritrovato spazi e tempi giusti per tornare a far male.Dopo le orde barbariche di provinciali votate al pressing alto e a una fase difensiva brulicante, le genialate tattiche di Di Carlo sono state una benedizione. Non ricordarsi di quanto aveva fatto il Napoli se affrontato a viso aperto (ne sanno qualcosa Milan, Inter, Udinese, ma anche Lazio e Juventus, seppur uscite illese dal S. Paolo, e poi Villareal e Manchester City) è stato un gentile omaggio del tecnico clivense alla banda di Mazzarri. Che ringrazia e porta via, dopo esser tornato a sbuffare come ai bei tempi, forse dopo la rampogna del Presidente che potrebbe avergli garantito di liberarlo a fine stagione solo a condizione di non sbroccare in campionato.
Ma i regali di Di Carlo non si limitano al risultato finale.
Senza canini affilati sul collo s'è d'incanto ritrovato anche Inler, a cui non sarà parso vero di aver finalmente il tempo di alzare la testa per ideare e realizzare quei cambi di gioco che tanto piacciono a Mazzarri.
L'assenza di polveri nelle cartucce avversarie ha favorito lo stagliarsi nell'arena di una confortante dimensione gladatoria del redivivo Gravatar, dell'attempato Aronica e del post infortunato di lunga degenza Brutos.
Anche Zuniga ne ha approfittato per affondare le sue schizofreniche leve nel burro avversario. Per il resto è bastata l'ordinaria amministrazione di un Dossena invisibile, di un Gargano perfino un pelo sotto standard, di un Cavani ombreggiato ma finalmente sereno dal dischetto e di un Hamsik volitivo ma pur sempre retropassante.
Non è servito a Di Carlo nemmeno lo sciatto Lavezzi, che su cento palloni che tocca due cose buone le fa (corner per il capoccione vincente di Britos e l'innesco di un pernicioso contropiede) ma le restanti novantotto sono da capra ruminante qual è, perchè lo zoccolo è naturalmente inadeguato tanto in appoggio quanto nelle debosciate conclusioni.
Insomma la ferita c'è ancora. La vittoria sul Chievo è un bel cerotto, ma le cure per rimarginare la lacerazione sono ben altre. Tempi e soluzioni possono essere rispettivamente lunghi e misteriose come per il caso Donadel. Ieri incollato in panchina per novanta minuti, quando la logica lo avrebbe voluto in corso d'opera al posto di Gargano, che sta tirando avanti la carretta da un pò.
Purtroppo il contorno della lacerazione non racchiude solo problematiche di ordine strettamente tecnico (comprese le (in)capacità della Bigoff Band), ma si estende all'ambiente, che alimenta fastidiose pustole tramite la reazione maligna delle frange di tifo (?) incattivite dai giri di vite antimalavitosi di De Laurentiis. Reazioni che trovano ottimo terreno di coltura in una piazza totalmente ineducata al concetto di impresa e che arriva al paradosso di disprezzare chi ha restituito dignità all'oggetto del proprio amore. La capacità di trasformarsi in civette di se stessi è una delle note più avvilenti di una discreta rappresentanza dei supporters azzurri. Che fa il paio con la prontezza nel prendere al volo il carro quando corre via spedito.
A presto!
Giodecer
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